Ciotole in ceramica

Esiste al mondo qualcosa di più semplice, addirittura banale, di una ciotola? Forma primaria, la più antropomorfa delle forme, derivata chiaramente da quella di due mani accostate a coppa, associata inizialmente al cibo, solido o liquido, adattabile, flessibile, funzionale.

Ciotola in ceramica: la simbologia

Dotata anche di un livello simbolico più profondo, simbolo del ventre gravido della Dea, ma anche della sua mammella ricca di nutrimento, foggiata unicamente dalle sacerdotesse-vasaie coi gesti segreti di una ritualità magica.

La ciotola in ceramica, nei secoli e nell’immaginario collettivo in Occidente venne spesso associata con la ceramica povera, forma “bassa”, opposta alle “alzate” delle tavole nobiliari.

L’utilizzo delle ciotole in ceramica

Anche per ragioni strettamente gastronomiche, del resto. Alla ciotola si legano immagini da cucina dei miseri: zuppe d’erbe, legumi bolliti, minestre. Ma se in Occidente la ciotola venne allontanata e messa ai margini da una civiltà sempre più infastidita dal volgare contatto con la materia da utilizzare, in Oriente la storia girò in tutt’altro senso.

Ecco che la ciotola ritrovò la sua centralità e importanza: la ciotola, stretta fra la mani, trasmette il calore degli alimenti, e diventa così il contenitore per eccellenza, quello che viene usato in ogni circostanza, coi cibi solidi e con le bevande, col riso e col sakè, passando per ogni possibile varietà di  o di zuppa.

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Le tecniche di lavorazione della ceramica

Tanta importanza portò anche ad inventare nuove, e più fantasiose, tecniche di produzione che si aggiunsero al primitivo colombino, allo stampo, al colaggio e, naturalmente, al tornio, la ruota del vasaio, che resta pur sempre la tecnica più praticata da chi voglia realizzare scodelle d’ogni genere. Ecco quindi le ciotole coreane Ido realizzate partendo da una striscia avvolta a spirale, e quelle raku, scavate da un blocco di creta o modellate rialzando i bordi di una sorta di piadina di argilla.

E se nel periodo più estetizzante della raffinatissima corte Song, la coppa da tè diventò color del cielo, è pur sempre alla forma-base della ciotola che, in quest’area, si legarono le più straordinarie creazione ceramiche.

Ciotole in ceramica: la storia

Le terrecotte sancai “a tre colori” della dinastia Tang, i pallidi Ding color avorio dai disegni floreali intagliati col coltello di bambù, le prime porcellane “bianco-e-blu” degli imperatori mongoli, i céladon coreani verde-acqua del periodo Koryo. Ed ecco allora che il più grande dei Maestri del Tè, Sen-no Rikyu, progettò una tazza senza manici che più disadorna non si poteva e ne fece il fulcro di una filosofia.

Per quanto potesse sembrare incredibile era in una semplice ciotola raku che si trovavano racchiusi tutti i valori fondamentali dell’estetica zen, così diversa da quella nata dal Rinascimento: yugen, la coscienza di quanto sia effimera la bellezza, sabi, l’apprezzamento di tutto ciò che è consunto e reca i segni del tempo e wabi, l’amore per l’assoluta semplicità e l’imperfezione casuale. Il tutto racchiuso un un’unica forma che da sempre accompagna i momenti fondamentali dell’esistere.

Perché se è vero che c’è una ciotola nelle mani dei defunti rappresentati sui sarcofagi etruschi, non dobbiamo dimenticare che è in una ciotola colma di petali di fiori che, presso gli aborigeni australiani, il neonato viene presentato alla comunità.